Diseguaglianze economiche, sociali e culturali del Paese.

 


Articolo 1 Costituzione Italiana.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita
nelle forme e nei limiti della Costituzione.

 

Di fronte alla più tremenda crisi degli ultimi decenni, l’Italia si mostra oramai debole, fragile e in ginocchio, tra le enormi diseguaglianze, tra la precarietà più totale, con una disoccupazione dilagante e una pesante povertà. Un Paese che oramai con un sistema non più strutturato come in passato, tanto che spesso sembra basato sull’improvvisazione e che supplisce con la beneficenza in taluni casi, tanto da snaturare ciò che poi dovrebbe essere garantito anche dal punto di vista costituzionale.

Un diritto per troppo tempo trascurato che genera inevitabilmente anche un incremento di atti vandalici e delinquenza nel Paese. La disperazione e la perdita di punti di riferimento, porta il caos e l’uomo reagisce in modo del tutto imprevedibile. Appunto, “Pori figli”. Un’affermazione, calzante per il dannato periodo storico, che veniva ripetuta spesso da una militante del Partito Democratico Prenestino. Queste righe che seguono sono una riflessione basata su una sintesi dei dati statistici sulla povertà e la mancanza di occupazione che ho voluto studiare per capire bene il periodo che stiamo vivendo e per delle considerazioni politiche che saranno sicuramente inviate ai miei dirigenti politici. Ma andiamo per ordine.

Partirei dall’anno che definirei X, l’anno in cui partì questo tremendo periodo di recessione. Parliamo del 2008 e lo ricorderò per sempre nella mia vita, con quel crack maledetto da cui iniziò la crisi e che ha cambiato il panorama sociale ed economico mondiale e soprattutto quello italiano. Non compresi subito la gravità della situazione, ma poi, nel 2009, con i giusti contributi mediatici compresi meglio il dramma in corso. Da allora sino ad oggi, possiamo dire che nella nostra società la povertà è cresciuta e si è diffusa velocemente e i prossimi dati ce lo mostreranno chiaramente.

Ho consultato dati sulla povertà, sull’esclusione sociale e il welfare italiano, negli anni della crisi che ancora stiamo vivendo. Ad oggi i dati oscillanti si aggirano intorno all’8% della popolazione italiana, che vive in totale povertà. Parliamo di circa 4,6 milioni di persone. Una povertà che sta piegando pesantemente tante famiglie italiane, soprattutto quelle operaie dove il tasso di povertà è passato dal 3,9% all’11,7%. Sono stati colpiti tutti coloro che si trovano ai margini della società e del mercato del lavoro, soprattutto i giovani e chi è in continua ricerca del lavoro. Ciò che più colpisce la situazione italiana è il persistere di particolari condizioni come l’assenza di lavoro e di studio da parte dei giovani e una percentuale molto bassa di donne che continuano a lavorare dopo la maternità. Situazioni gravissime per le nuove famiglie italiane che mette in modo del tutto evidente come non si può più considerare la povertà come un fatto straordinario. I numeri in questione sono da fenomeno di massa e purtroppo gli interventi previsti dal welfare italiano risultano poco efficaci per intervenire a sostegno delle famiglie in difficoltà e prive di lavoro. Risultano insufficienti le deboli e temporanee misure contro questa esclusione sociale, lasciando in uno stato totale di precariato gli italiani e danno anche meno forza a sperare per il proprio futuro.

Aiutiamoci con qualche altro numero, per comprendere meglio la complicata e pericolosa situazione italiana. Gli individui in povertà assoluta (si fa riferimento all’idea della semplice sopravvivenza o a quella di un livello di vita ritenuto minimo accettabile) che non riescono ad avere un tenore di vita accettabile, in dieci anni sono raddoppiati; da 2 milioni del 2005, oggi sono 4,6 milioni, parliamo del 7,6% della popolazione. Una situazione grave che ha colpito tutto il Paese, più grave di certo nel mezzogiorno, ma non escono bene neanche il Nord e il Centro Italia. Gli individui a basso reddito, uniti a chi vive in situazione di deprivazione materiale (chi non può permettersi un paniere di beni e servizi essenziali per garantire una vita dignitosa) o a famiglie a bassa intensità di lavoro, tra il 2005 al 2015 siamo passati ad una percentuale del 25,6 al 28,7. In tutta l’Europa, l’Italia ha registrato un peggioramento inferiore solo alla Grecia, Spagna e Cipro. Di seguito riporto anche alcuni dati più recenti dal Dossier di Libera “Miseria Ladra” sulla povertà relativa e assoluta: “i numeri più asettici del rapporto ISTAT 2013 ci informano come anche quest’anno rispetto all’anno precedente la situazione sia nettamente peggiorata. Se nel 2012, 9 milioni e 563mila persone pari al 15,8% della popolazione erano in condizione di povertà relativa (correlata agli standard di vita prevalenti all’interno di una data comunità e comprendente bisogni che vanno al di là della semplice sopravvivenza), con una disponibilità di 506 euro mensili (erano 8,173 milioni nel 2011 pari al 13,8% della popolazione), il rapporto Istat 2013 denuncia come siano oggi 10 milioni e 48 mila. In condizione di povertà assoluta nel 2012 si trovavano invece 4 milioni 814mila persone, pari al 7,9% della popolazione italiana (nel 2011 erano 3,415 milioni pari al 5,2% della popolazione). Il rapporto 2013 denuncia purtroppo come oggi siano oltre 6 milioni e 20 mila le persone in povertà assoluta, cioè impossibilitata ad accedere a quei beni e servizi che assicurano un minimo di dignità umana.

Risulta già abbastanza evidente, da questi primi numeri, che la situazione è peggiore di più di quanto se ne parli nel dibattito pubblico.

Questa dannata crisi ha distrutto molti posti di lavoro. Ha messo in ginocchio moltissime imprese prive di condizioni utili per assumere personale, ma soprattutto per continuare a resistere e non fallire, generando così povertà e disparità sociale. Considerando che i primi ad essere stati colpiti sono stati i giovani e chi era in cerca di lavoro, quindi i più deboli del mercato del lavoro, bisogna però anche tenere in considerazione che la povertà aumenta anche tra chi lavora e questo è l’aspetto più preoccupante, perché significa che neanche lavorare garantisce di evitare le condizioni di povertà assoluta. Parliamo in questo caso di famiglie che come principale fonte di reddito è lo stipendio da operario o assimilato. Sottolineo come addirittura l’Istat considera un’ora di lavoro a settimana, un’occupazione vera. Nell’ultimo decennio infatti crescono coloro che lavorano poche ore a settimana, passiamo dal 9% del 2005 al 28% tra quelli che lavorano tra le 11 e le 25 ore. Il sistema dei voucher, che può essere comunque anche una possibilità in più in un momento di deserto totale, sono passati  da 25 mila del 2008 al 1,4 milioni nel 2015.

Tra l’altro entra in gioco un aspetto psichico dell’abbandono della vita, portando soprattutto i giovani a non lavorare, a vivere una situazione di disoccupazione, inoccupazione, di precariato e senza neanche portare avanti gli studi. Insomma i famosi Neet, un numero tra l’altro in Italia elevatissimo. Parliamo di giovani tra i 15 e i 24 anni. Infine la povertà femminile. Il numero delle donne che vive in povertà assoluta è più che raddoppiato tra il 2005 e il 2015. E’ evidente il noto problema di far conciliare lavoro e famiglia e che in un periodo di crisi come questo si accentua la differenza salariale tra i sessi. Le donne hanno una retribuzione più bassa, anche se inferiore rispetto agli altri Paesi Europei. Ma resta il problema grave per le mamme di accedere al mercato del lavoro. I dati europei sono incredibili se pensiamo che in Danimarca, per esempio, lavora l’85% delle donne con tre figli, ossia il 41.9% invece in Itala il 56.7% delle donne che ha un figlio. Di conseguenza abbiamo molte famiglie che vivono con uno stipendio solo e quindi avere più figli porta inevitabilmente ad aumentare il rischio di povertà. Non a caso abbiamo la povertà che è aumentata tra le famiglie con un unico figlio. Tra le famiglie numerose quasi una su cinque vive in povertà assoluta.

La mia su “sti pori figli”…

Mentre leggevo i dati aggiornati all’anno 2016, mi venivano i brividi a pensare di come molti di noi stanno sopravvivendo, non vivendo. Come molti di noi stanno mendicando e come molti purtroppo non ce l’hanno fatta. La politica, tutta la classe dirigente e il Governo deve urgentemente interessarsi sul dramma della povertà e del lavoro. Non ci possono essere altre priorità. Questa è l’urgenza che tutti devono coscientemente e responsabilmente avere. Non può essere giusta la strada sino ad ora intrapresa per tornare ad un nuovo equilibrio sociale ed economico. È fondamentale ridurre le diseguaglianze economiche, sociali e culturali del Paese. Occorrono politiche di sostegno a tutte le famiglie in difficoltà e sostegni alle imprese che possono così avere maggiori possibilità di investimento sul personale. Serve un lavoro importante sui contratti di lavoro. Non possiamo forse tornare improvvisamente ai contratti indeterminati, ma non possiamo continuare neanche ad avere un precariato che destabilizza la vita comune, che non consente lo sviluppo economico del Paese. C’è necessità di attuare e velocizzare delle sane e specifiche politiche di welfare, visto che la maggior parte di queste spese sono destinate agli anziani, alle pensioni e alla reversibilità. Ho come paura che non sia molto chiaro che le condizioni di precarietà o part-time, o di eccessiva elasticità possono essere il fattore scatenante di una situazione di povertà. Sono cosciente che questa situazione non è frutto di politiche errate degli ultimi 5 anni, ma che sono frutto di almeno 30 anni di follie. Però non possiamo continuare a vedere indietro. Dobbiamo velocemente cambiare marcia. Spesso ripeto che nella società si sono persi tutti i punti di riferimento: il Sindaco che poi rappresenta la politica in generale, che viene visto come inaffidabile e corrotto; il prete oramai perso in un’epoca senza Dio e con la grave accusa di pedofilia; uomini della sicurezza, visti come assenti e non garanti della sicurezza nazionale e come coloro che abusano del proprio potere; il dottore, al quale si pone poca fiducia, visto come rappresentante del fallimento del sistema sanitario. Quindi i giovani crescono senza speranze di lavoro e in una società senza riferimenti. È periodo di Congresso nel mio Partito. Un Congresso che proprio non ho accettato nel metodo e per l’inopportunità del momento, ma tant’è! Scriverò ai miei quadri politici chiedendo maggiore attenzione su questi temi, soprattutto in questa fase congressuale.  Non mi interessa troppo lo schieramento sul candidato, mi interessa che i candidati seguano questa priorità. Mi piacerebbe proporre ai candidati una sorta di accordo tra i tre per un lavoro congiunto anche durante il congresso sulla povertà e lavoro e che continui anche dopo il Congresso ovviamente. Non si può spaccare un Partito di centro sinistra su un tema simile. Ci vuole corresponsabilità su certi argomenti, soprattutto quando parliamo di lavoro, di povertà, di futuro.

 

Fonti

Mini-Dossier Poveri Noi di Openpolis, del 11 dicembre2016
Dossier sulla Campagna “Miseria ladra, di Libera, associazione contro le mafie.
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