Ci troviamo in un’esaltante momento storico in cui abbiamo grandi opportunità di ripresa grazie alle azzeccate manovre finanziarie che hanno finalmente alleggerito le disponibilità economiche dei bilanci: dal governo alle regioni sino ad andare a toccare i principali capitoli di Bilancio degli Enti Comunali. Gli investimenti sulla scuola pubblica e l’università hanno prodotto enormi benefici di settore che hanno consentito ai giovani di questo Paese di accedere, con un ampio Know – How e una perfetta preparazione, nel settore del lavoro, tanto da fare invidia a qualsiasi Paese estero. Ma ciò che più inorgoglisce è poter esprimere solo giudizi positivi sui grandi incentivi e interventi sul welfare che hanno permesso alle nostre migliori piccole e medie imprese italiane di avviare una ripresa lampo sul mercato del lavoro e di conseguenza finalmente avere una disoccupazione, soprattutto quella giovanile, che oramai è al di sotto del 2%. Tutto ciò ha permesso di riconsegnare alle generazioni future la stabilità necessaria per impegnarsi creativamente per come ancora meglio far crescere il nostro Paese.

Ecco, questo dovrebbe essere il discorso perfetto, che ogni capo di stato dovrebbe fare. Insomma “Rondina” docet. Un discorso che anche a me piacerebbe poter fare o sostenete. Questo è il discorso perfetto che ogni cittadino dovrebbe ricevere e aspettarsi dalla propria classe dirigente. Ora non possiamo di certo sperare e pretendere di raggiungere la perfezione così all’improvviso, ma almeno potremmo sperare di vivere confronti utili per capire come meglio intervenire in quei settori che sono da far crescere, migliorare o correre anche in emergenza per trovare soluzioni utili al bisogno. Ma qui invece che si fa? Si arriva al Congresso in un momento in cui ci troviamo nel baratro politico e amministrativo mondiale, con il crollo di ogni certezza istituzionale e stabilità che va dalle crisi dei rapporti internazionali, dal cedimento del sistema Europa, dai mercati vacillanti, da una moneta unica in crisi, dall’economia in ginocchio da oramai oltre il 2009 e con il nostro bel Paese che non riesce neanche a trovare più le condizioni di governabilità da anni a partire da una legge elettorale che sembra impossibile da partorire. Da un Paese che non riesce a garantire il futuro con il lavoro alle generazioni attuali e quelle future. Tra l’altro un Congresso che nasce non dal sano confronto delle diversità politiche interne, ma per i soliti e noti strascichi che il PD si è sempre trascinato sin dalla sua fondazione. Parlo da amministratore ma anche da cittadino e padre di famiglia. Non ci serve più concepire partiti uniti sotto forma di mozioni di forza di potere elettivo o di territorialità. Non lo dico io, ma i cittadini, i nostri elettori, che sono stanchi di non avere risposte certe e sono stanchi anche del populismo becero in voga di questi tempi.

C’è un gran bisogno di risposte o almeno di credere di poterle sostenere. C’è bisogno di mozioni, di proposte, di battaglie politiche e di visioni culturali, per portare i militanti e i quadri politici e quindi anche i cittadini, a partecipare a programmi di ricostruzione di percorsi che ci impegnino a raggiungere obiettivi chiari e precisi.
C’è bisogno di un nuovo rinascimento. Di una forte reazione. Questo attendono i militanti. Occorrono politici che stiano tra le persone e che tornino a vivere il dramma di tutti i giorni che solo noi amministratori locali conosciamo bene il sapore che ha. Non occorrono congressi che non sono altro che l’ovvia conseguenza della frammentazione e distruzione avvenuta lentamente a suon di colpi d’arroganza e personalismi tra le parti che hanno raggiunto il loro picco massimo con genialità alla “Fassina chi” o “Enrico stai sereno” o i “Niet” di vecchio stampo comunista tipo sul referendum, sulla legge elettorale, sulla proposta di riforma per l’elezioni dei consiglieri regionali e per finire anche sul congresso richiesto dalla minoranza per chiedere poi di posticiparlo. A mio avviso un aspro scontro all’interno del Partito tra le anime culturali che lo compongono è giustificabile solo se impegnato su tre fronti: una riforma di riorganizzazione della forma partito che consenta di mettere in costante e veloce comunicazione tutti gli amministratori, dal governo all’ultimo consiglio comunale più piccolo del paese; una riforma che consenta di offrire tutti gli strumenti di sostegno possibili alle imprese italiane che diano forza e speranza di ripresa sui mercati del lavoro e per il ritorno di una decenza contrattualistica per abbattere questa dannata disoccupazione; un’organizzazione di militanza che permetta la composizione di una classe dirigente che sia in grado di incrementare l’identità europea nella società e che partendo dai nostri fondatori italiani della vecchia Comunità Europea, metta in atto una task force che possa avviare un lavoro politico in Europa per una necessaria unione politica europea.

Il patrimonio derivante dal lavoro di armonizzazione del centro – sinistra dovrà pur arrivare prima o poi. Abbiamo sopportato per troppo tempo il laborioso lavoro e la tormentata stagione dei passaggi politici per giungere all’attuale Partito Democratico. Non è tollerabile con quale fsemplicità alcuni dirigenti del Partito espongono il proprio corpo elettorale e i cittadini tutti ad un massacro continuo per l’accaparramento di una percentuale in più di posizionamenti interni alle direzioni del Partito e soprattutto non è possibile non riuscire ad individuare le importanti priorità che gli italiani urlano a gran voce ogni giorno. C’è da sottolineare infine, che il partito Democratico è l’unico partito strutturato rimasto in piedi in Italia da dopo il 900 e per questo motivo va tutelato e salvaguardato come un bene comune in estinzione. Nonostante tutto, la Direzione ha offerto un sano confronto politico di pura democrazia per ben due ore, tra l’altro trasmesso tutto pubblicamente, cosa che il Movimento Cinque Stelle è riuscito a concedere con la sua tanto sventolata trasparenza neanche per un paio di mesi.

Voglio essere fiducioso in chi in queste ore sta lavorando nel Partito vestendo i panni dei caschi blue, con l’intento di far mediare le parti per ritrovare una sintonia determinante per il centro sinistra e per il Paese e che consenta a tutti da dopo l’Assemblea di poter vivere una stagione politica nuova e partecipata ad ogni livello. Questo sarà da realizzare anche nella nostra città. Anche Palestrina dovrà fare la sua parte. Dovrà decidere chi saranno i suoi esponenti e il suo Segretario. A noi, dirigenti locali aspetta la parte più complessa: aprire le porte del partito e tracciare un percorso congiunto per rappresentare al meglio le posizioni all’interno del Partito ad ogni suo livello. Dobbiamo essere in movimento, come i nostri avi lo sono sempre stati, soprattutto nei momenti peggiori. Avanti e con la massima responsabilità.

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